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CSS: il carburante derivato dai rifiuti

CSS è il carburante derivato dai rifiuti che funziona ma quasi nessuno utilizza. Per raggiungere gli obiettivi stabiliti nell’Accordo di Parigi del 2015 sulle emissioni di gas serra, l’apporto delle fonti rinnovabili non è sufficiente. È necessario trovare soluzioni alternative, in grado di dare il loro supporto alla lotta al cambiamento climatico.

Tra le opzioni a disposizione ve ne è una che coinvolge qualcosa che la nostra società produce e possiede in abbondanza, i rifiuti sono qualcosa di cui ci si deve costantemente occupare. L’adozione di modalità di trattamento che preferiscono il riciclaggio realizzato con sistemi tecnologicamente avanzati danno ottimi risultati in termini di minore inquinamento del pianeta. Se si seguisse questa strada, la sola Italia eviterebbe di immettere qualcosa come 111 milioni di tonnellate di gas serra in atmosfera. Tuttavia il riutilizzo di materiali attraverso il riciclaggio non è l’unica scelta a disposizione per ricavare benefici ambientali da quello che non serve più.

Ve n’è un’altra dalla grande potenzialità: trasformare ciò che viene scartato in una nuova fonte energetica meno inquinante da utilizzare al posto di quelle fossili (carbone, petrolio o gas). Se solo si adoperasse questo “carburante” più pulito per alimentare le attività produttive e soprattutto industriali, oggi responsabili di una quota pari al 21% dell’emissioni globali, risparmieremmo tonnellate di CO2 e molti milioni di euro.

Il CSS, acronimo di Combustibile Solido Secondario, è che un “carburante” proveniente dal trattamento dei rifiuti che, così come per la digestione dei rifiuti organici e dei fanghi (aerobica e/o anaerobica), sfrutta un sistema alternativo per recuperare energia termica ed elettrica. Questo combustibile a basso contenuto di carbonio è composto infatti dalla frazione secca e dal bioessiccato derivanti dal trattamento meccanico biologico dei rifiuti urbani oppure dalla combustione di frazioni secco/umido variamente combinate. Purtroppo il CSS è scarsamente utilizzato, poco compreso e anche osteggiato, trova però come principale settore di impiego l’industria cementiera, se il settore utilizzasse al posto delle fonti fossili il CSS, vi sarebbero 700 milioni di euro di risparmio e 10 milioni di tonnellate di CO2 evitate ogni anno.

Tra fattori che ostacolano l’adozione di questa soluzione troviamo:

·       Il quadro normativo: sono riconosciuti due tipi di CSS, uno che viene definito rifiuto (disciplinato dall’art. 183 comma 1, lettera cc) del D.Lgs. 152/06) e un altro è considerato non-rifiuto (ovvero il CSS Combustibile normato dall’art.184 ter del D.Lgs. 152/06 meglio noto come TUA). Benché uno e l’altro svolgano la stessa funzione di combustibile, il primo è a tutti gli effetti un rifiuto speciale, mentre il secondo ha lo status di vero e proprio combustibile/prodotto. Un’ambiguità che crea confusione sulle modalità d’impiego per via delle leggi e le norme che ne regolano la produzione (come il Decreto ministeriale n.22/2013).

·       La procedura: per ottenere CSS utilizzabile come combustibile e i trattamenti necessari sui rifiuti in uscita da TMB, si utilizzano processi che consentono il recupero di materiali dai rifiuti indifferenziati. Solo il 13,8% dei rifiuti urbani in uscita dagli impianti di TMB (pari a 1,3 milioni di tonnellate) è inviato a ulteriori trattamenti quali la raffinazione per la produzione di CSS o la biostabilizzazione (dati 2017), inoltre solo una parte degli impianti TMB in funzione ha le autorizzazioni e la tecnologia per produrre CSS (sia come rifiuto che come prodotto). Ciò significa che dei 130 impianti operativi censiti sul territorio nazionale, appena circa il 30% produce genericamente CSS.

·       La burocrazia:  l’iter burocratico e le autorizzazioni sono complessi, lunghi e costosi al punto da fare desistere i potenziali utilizzatori. Uno fra questi è il rinnovo e la revisione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) e quella aggiuntiva per l’ottenimento della Valutazione Impatto Ambientale (VIA), requisito particolarmente difficile da ottenere.

·       Domanda e offerta: chi produce CSS ha un flusso in entrata costante e l’esigenza di trovare collocazione in tempi rapidi, che si scontra con le fluttuazioni del ciclo economico a cui è esposto il lato della domanda (cementifici) rendendo esigui i margini economici per produrre CSS Combustibile.

·       L’opinione pubblica: spesso confusa da una normativa eccessivamente complicata, buona parte del pubblico si dice contrario all’utilizzo di CSS, considerandolo nocivo per la salute. Un’opposizione che in alcuni casi ha convinto gli Enti pubblici a cedere alle posizioni dei comitati del “NO”.

l DM n.22/2013 che ne regolamenta l’utilizzo, a più di cinque anni dalla sua entrata in vigore, è diventato l’esempio di quanta fatica faccia l’economia circolare a trovare spazio in un Sistema-Paese frenato da logiche e modelli tradizionali improntati sull’economia lineare, con tanti pregiudizi e false convinzioni in tema di rifiuti ed energia. Il CSS nella sua variante end of waste (EoW) di combustibile di alta qualità, potrebbe dare risposte concrete sia in termini di chiusura del ciclo integrato dei rifiuti che di sostituzione di combustibili fossili con altri alternativi. Potuto inoltre contribuire a ridurre la dipendenza energetica del nostro Paese dall’estero, producendo energia a costi ridotti e a basso contenuto di carbonio da impiegare poi in sostituzione di fonti fossili.