La progettazione impiantistica è al centro di una profonda trasformazione, dove il valore del progetto non è più un semplice costo, ma un investimento cruciale per la sostenibilità e la performance a lungo termine degli impianti. Il ruolo, le competenze e l’influenza di chi progetta impianti sono in costante evoluzione, spinti non solo dall’innovazione tecnologica, ma anche da un radicale cambiamento nella percezione dell’impianto: da prodotto statico a sistema dinamico con un ciclo di vita da gestire. Andrea Modina, progettista con quasi venticinque anni di esperienza, ci guida attraverso questa evoluzione, mettendo in luce le sfide e le opportunità attuali del settore.
Negli ultimi anni, sembra che la figura del progettista stia perdendo autorevolezza rispetto all’installatore. Qual è la sua percezione di questa dinamica?
“Da quando ho iniziato a lavorare, ormai quasi 25 anni fa, a oggi la figura del progettista rispetto all’installatore sta via via perdendo autorità, a mio avviso. Esistono sì progetti molto specialistici dove serve una formazione ben precisa e ove l’installatore, diciamo, non ha preparazione adeguata, ma nella maggior parte dei progetti ormai, vista anche la diffusione della conoscenza molto rapida e facilmente accessibile, il progettista sta sempre, secondo me, perdendo peso. Quello che a me dispiace – continua Modina – è soprattutto anche nei confronti di certi clienti, magari più in ambito privato: il progettista è un onere, l’installatore ha sempre la ragione. Poi si pentono di non aver dato retta al progettista, ma la clientela non ha chiaro il valore del progetto e non riesce ad apprezzare con lucidità il fatto che il progettista lavora per la committenza, non per ‘andare d’accordo’.”
Questo pragmatismo eccessivo porta spesso all’“ottimizzazione” dei costi da parte dell’installatore. Fino a che punto questa pratica rischia di compromettere il progetto originale?
“È un fenomeno che fa parte di un’evoluzione in cui fra il progetto definitivo e l’as built si colloca un elemento, il progetto costruttivo, su cui l’installatore si esercita effettuando quella che chiamiamo ottimizzazione, ma che altro non è che la ricerca di soluzioni operative meno costose, ma non sempre altrettanto efficaci o durevoli. È un atteggiamento premiante nel rapporto con il cliente, perché si manifesta in un contenimento dei costi e in una possibile marginalità aggiuntiva rispetto alle voci incluse nel capitolato, ma è penalizzante nei fatti. Questo perché il progettista sceglie sulla base di criteri prestazionali, non per motivi commerciali e quando le sue scelte non vengono rispettate si possono ottenere risparmi nel momento della consegna dell’impianto, senza però calcolare quali costi aggiuntivi deriveranno dall’utilizzo di componenti, elementi, strumenti più economici di quelli indicati come ideali a progetto.”
Quindi, questa tendenza a delegare il progetto costruttivo all’installatore e la successiva “ottimizzazione” possono portare a risultati non ideali, soprattutto quando si parla di as-built e manutenzione?
“Oggi c’è la tendenza a dare il progetto costruttivo in carico all’installatore, quindi il progettista si limita a predisporre un preliminare o esecutivo, un’impostazione di base: il costruttivo è affidato all’installatore il quale, per ottimizzare o anche per mancanza di informazioni disponibili al progettista, devia parecchio rispetto alle all’idea concettuale iniziale. Questo è pericolosissimo perché significa che non c’è controllo da parte di chi ha ragionato all’inizio del processo con cognizione di causa su quello che viene realizzato. Non voglio addossare tutte le colpe all’installatore, anche perché esiste un rovescio della medaglia e riguarda appunto l’as built, che è un elemento determinante e ineludibile per il cliente finale: spesso però si trasforma in un peso che viene scaricato dal progettista all’installatore, nel senso che il progettista, dando in carico all’installatore l’as built, in qualche modo lo autorizza e lo incarica anche delle modifiche realizzative e quindi se non c’è quel processo di controllo conclusivo di cui parlavo prima, l’as built diventa una rappresentazione di quello che ha fatto l’installatore, però a modo suo, oppure è un documento che non è veritiero, che cioè non corrisponde a quanto installato. Viene pagato dal committente, ma quando poi il committente si trova in mano un as built che ha scarsa corrispondenza con l’impianto reale non ne riesce a fare l’uso concreto che è necessario nel momento in cui subentra la necessità di effettuare manutenzioni.”
Parlando di efficienza energetica, una delle esigenze primarie del committente, quanto influisce questa disconnessione tra progetto e realizzazione sulla capacità dell’impianto di raggiungere gli obiettivi prefissati?
“È proprio qui che si concentra il problema generato da questa progettazione costruttiva a cui segue la fase di ottimizzazione: l’obiettivo del risparmio economico pare soddisfare il cliente e determina anche un maggior guadagno, un maggior utile. Ma indubbiamente questo processo o modo di procedere va ad incidere anche sulle scelte fatte invece dal progettista che normalmente ha un’idea di efficienza. Io scelgo una tipologia di apparecchiatura, scelgo una logica di funzionamento dell’impianto perché voglio ottenere un’efficienza energetica, ma la realizzazione, invece, ‘somiglia’ all’idea del progettista, ma non ha le stesse caratteristiche per ragioni di costi o di velocità di realizzazione e quindi spesso decade questa impostazione di efficientamento voluta dal progettista per soddisfare in maniera ‘completa’ il cliente.”
Sembra che si scontrino due logiche: una di breve periodo, focalizzata sul costo iniziale, e una di lungo periodo, orientata al costo gestionale. È questa la radice del problema?
“Esatto, e qui torniamo alla prima affermazione, cioè quella che cercava di stabilire qual è oggi il compito del progetto e il ruolo del progettista. Se all’installatore viene data carta bianca esclusivamente per ottenere un minor costo iniziale o una rapidità di realizzazione del prodotto, il progettista, estremizzando, passa in una posizione subalterna. Ovviamente non succede sempre così, ma in molti casi il risultato finale è un impianto sì realizzato con minori costi, velocemente, ma poi nella sua vita determina problemi e aggravi economici per l’utilizzatore.”
Ci sono installatori più sensibili all’importanza dell’efficienza energetica e alla gestione dell’impianto nel suo ciclo di vita? In quali contesti si manifesta questo approccio virtuoso?
“Un installatore più sensibile a questi argomenti, alla gestione dell’impianto nella sua vita utile, è sicuramente un valore per l’impianto stesso e questo avviene anche nella realtà e funziona benissimo laddove l’installatore ha poi un incarico di manutenzione oppure nel caso di una ESCO che fa l’investimento impiantistico e poi gestisce la fornitura dell’energia al cliente. In questi casi l’installatore ragiona per ottenere l’efficienza energetica, perché ovviamente ne ha un tornaconto, ma dove questo processo è slegato e si divide in fasi separate – progetto, realizzazione e manutenzione – l’installatore non sente questo obiettivo come ‘suo’ e perde di vista questo scopo.”
Qual è, dunque, il ruolo che il progettista dovrebbe ricoprire per garantire il vero valore dell’impianto e un manuale d’uso e manutenzione efficace?
“Senza voler invadere il campo altrui, la figura del progettista deve essere presente e incisiva dall’inizio del progetto fino alla fase finale di realizzazione e deve guidare il cliente nel contenere le ottimizzazioni non per gravarlo di maggiori costi, ma per ottenere una vita utile ed efficiente dell’impianto. E questo darebbe un senso molto più qualificante al manuale di uso e manutenzione, perché ad oggi rischia di essere solo un piccolo vademecum di intervento sui guasti, non un manuale di qualificazione della vita utile dell’impianto.”
A proposito di integrazione, il Building Information Modeling (BIM) può essere uno strumento chiave per allineare l’operato di tutti gli attori e superare queste criticità?
“Il BIM è lo strumento giusto perché questo processo non abbia delle variazioni sul tema nel corso d’opera, purtroppo però, perlomeno in Italia, non lo si sta ancora utilizzando a quel livello e seppure le normative o spesso anche i capitolati tecnici degli appalti pubblici lo prescrivano, ritengo che non sia ancora utilizzato come deve essere e ci vorrà tempo prima che si arrivi a questo traguardo. Anche perché non è semplice sviluppare un progetto nel modo corretto con l’utilizzo di questi software. Certamente, a tendere sarà lo strumento che agevolerà questi meccanismi tenendo il lavoro dei diversi attori connesso riducendo il rischio di partire in un modo e finire in un altro.”
Il BIM, quindi, non solo connette gli attori, ma facilita anche l’integrazione delle normative e delle innovazioni tecnologiche?
“Indubbiamente noi progettisti siamo sollecitati continuamente dalle tematiche energetiche e da tutto quel sistema legislativo e normativo connesso, come si diceva prima, all’efficientamento. Questo è un aspetto anche positivo per la professione, perché impegna a un costante aggiornamento, a studiare rapidamente le novità che il mercato richiede e questo fa sì che si abbia una crescita culturale della progettazione sui temi della tecnologia, di pari passo con lo sviluppo di software o modelli progettuali BIM, che sono già molto più veloci e ‘intelligenti’ del progettista. Il BIM nelle mani di un progettista al passo coi tempi è uno strumento molto potente.”
Oltre agli aspetti economici e di efficienza, l’impianto deve garantire il comfort. Quanto è integrato il concetto di Indoor Air Quality (IAQ) nella progettazione attuale?
“Condivido senza alcuna esitazione il principio che questi due argomenti debbano essere paralleli, integrati perfettamente uno nell’altro in ogni momento del lavoro, nella fase di progettazione, in quella di realizzazione e in quella di manutenzione, perché è lì che emerge il valore di una logica integrata di processo. Se l’impianto non è progettato nel modo giusto, se è scarsamente manutenibile, decade immediatamente il livello di qualità e salubrità e ne deriva un minor comfort del sistema. Quindi sicuramente ci deve essere un intreccio fitto tra i due argomenti fin dalla fase di progettazione. Purtroppo la legislazione sulla qualità dell’aria ha preso un percorso definito dalle norme, ma complesso nella sua fase applicativa: prevale un approccio formale alla materia, ma poco pratico, quindi più difficile da integrare fin da subito nell’aspetto progettuale e questo rende faticosa una considerazione adeguata e adempiente in fase realizzativa.”
È diffusa la filosofia del ‘progettare per la manutenzione’, considerando la vita utile dei componenti come avviene, ad esempio, nell’automotive?
“Sì, è un concetto molto importante e credo abbastanza chiaro ai progettisti, purtroppo ci si scontra sempre con quel concetto di ottimizzazione e di risparmio nella realizzazione che non ti consente di attuare in pieno questa logica. In altri campi come l’automotive, i progettisti di autoveicoli sanno esattamente dopo quanti cicli si romperà l’albero di un motore e ne progettano l’insieme con una serie di indicazioni utili a evitare il guasto e a intervenire in modalità preventiva. Nell’impiantistica dovremmo avvicinarci a questo concetto di conoscenza della durata dei componenti e degli elementi delle apparecchiature, perché è fondamentale sia dal punto di vista di chi li realizza e li vende, sia da quello di chi li utilizza e quindi, secondo me, andrebbe intensificata questa assegnazione di priorità alla manutenzione, per prevenire nel tempo le rotture e gli interventi.”
L’elettronica, con la sua evoluzione, sta offrendo un valido supporto in questa direzione, soprattutto nel monitoraggio e nella prevenzione?
“Nella progettazione, l’elettronica è diventata fondamentale perché siamo passati dall’avere sensoristica che era a disposizione già decine di anni fa a poter lavorare in semplicità e a basso costo nell’acquisizione del dato. Un tempo per fare una supervisione era necessario rivolgersi a produttori blasonati iperspecializzati e il cablaggio di un sistema di supervisione era molto complesso e oneroso. Oggi è possibile monitorare con architetture create da un prodotto da e-commerce in modalità appunto facile e a un costo relativo, non più così ostacolante. Molti produttori forniscono software gratuiti per i livelli più semplici e questo ne ha consentito una diffusione importante. Ormai qualsiasi produttore ti dà un supervisore smart che puoi installare gratuitamente su qualsiasi terminale e quindi è decisamente agevolata la diffusione e anche il lavoro di chi deve monitorare gli impianti perché ha più possibilità di controllo da remoto, allarmistiche e di servizio.”
Offerte a pacchetto che includono progettazione, realizzazione e manutenzione potrebbero essere una soluzione per superare queste frammentazioni, o nascondono rischi?
“Per come funziona il mondo reale e parlando da progettista, mi piace che questa distinzione tra chi progetta e chi realizza e chi manutiene rimanga, perché, viste le esperienze, il ‘pacchetto completo’ è alla base di una ricerca di maggiore marginalità da parte del contractor più che di quella di maggiore performance. Si corre il rischio che nel ‘all inclusive’ prevalgano logiche di ottimizzazione più che di qualità. Se questa è l’idea di fondo non auspico un’evoluzione di questo tipo, perché a conti fatti genera una specie di un conflitto di interessi irrisolto, che perlomeno per la mia esperienza, finisce per non determinare un reale vantaggio all’utente finale.”
Quindi, per concludere, quale sarebbe il meccanismo ideale per valorizzare appieno il progetto impiantistico e garantire al cliente finale i benefici attesi?
“Servirebbe un’ideale condivisione di obiettivi che contrasta purtroppo nella pratica con l’obiettivo di massimizzazione del profitto. Certamente l’evoluzione del sistema sta generando opportunità in questa direzione, perché il meccanismo delle ESCO è già esso una premessa a questo tipo di ragionamento, ma si dovrebbe arrivare a riconoscere anche da parte del cliente non tanto il valore commerciale dell’impianto a fronte degli elementi che lo costituiscono quanto piuttosto il valore generato in termini di maggiore comfort e minori costi d’esercizio, cioè costi iniziali sommati ai costi di manutenzione. È difficile trovare la capacità di cogliere l’importanza di questo valore e questo finisce per generare una situazione di carattere sequenziale, in cui ognuno mira a fornire il lavoro a un prezzo interessante perdendo di vista il fatto che l’effetto atteso dal proprio lavoro si trasforma nel momento in cui chi lo attua lo interpreta a modo proprio e per altri personali fini di interesse. E chi perde di più da questo scollamento, da questa mancata organicità è il cliente finale, che pensa di aver risparmiato, ma non ottiene i benefici attesi se non con costi manutentivi superiori e con un tempo di vita dell’impianto inferiore a quello di una gestione ideale.”

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