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La formazione del futuro

Abbiamo intervistato Filippo Busato, per parlare della professione del progettista e dell'installatore, del mercato e del rapporto fra operatori e aziende: ne abbiamo ricavato un esito preciso e tutt'altro che scontato. La competenza - e la formazione che la genera - saranno valore distintivo per un mercato diverso nel futuro, in cui l'impianto avrà valore non se "funziona", ma se "performa". Una rivoluzione che passa dalla formazione.

Filippo Busato, dottore di ricerca, libero professionista, progettista, consulente, formatore vede una necessità formativa ampia, complessa e ineludibile, ma non si nasconde e non ci nasconde le difficoltà che si prospettano: l’importanza della teoria e dei principi base, la centralità di una formazione indipendente, la rilevanza dell’aggiornamento, la diffusione di nuove competenze sono punti chiave per evitare che l’operatore scivoli verso una condizione sempre più schiacciata fra il produttore di macchine e il cliente, per portarlo a vedere riconosciuta la professionalità, per muovere passi sicuri nella direzione di un ruolo possibile, quello del consulente su argomenti come il comfort, la qualità dell’aria, l’efficienza energetica.

A cosa serve la formazione?

“Sono partito dalla ricerca universitaria e dal mondo accademico, oggi sono un progettista e direttore tecnico di Econ Energy srl, la ESCo del gruppo Contec Ingegneria, ho collaborato e collaboro con ruoli attivi in AICARR da 12 anni e tutto questo mi ha spesso portato ad essere un erogatore di formazione: ne ho vissuto l’evoluzione in questi quindici anni, dal dottorato alla libera professione e guardo con grande attenzione e con un occhio vigile a come è cambiata sia l’offerta sia la domanda di formazione in questo periodo.”

E allora proviamo a fare una specie di radiografia: cominciamo dal rapporto fra ricerca accademica e formazione di competenze sul campo.

“A dispetto dell’opinione comune, l’interazione fra l’università e il mondo operativo è decisamente viva: vi sono temi su cui il mercato è quasi allineato o quantomeno aperto, vivace e ricettivo nei confronti degli approfondimenti che vengono sviluppati in sede accademica. Ho fatto ricerca universitaria in fisica tecnica e mi sono ritrovato a constatare che, su temi come le pompe di calore, o i gas refrigeranti, il pubblico che mi ritrovavo di fronte ai corsi è molto meno sprovveduto di quanto non si creda. C’è sensibilità, attenzione, qualche volta anche una certa ansia polemica, perché i temi che si esaminano “a freddo” nella ricerca sono poi vivi e “caldi”, se non addirittura (e non raramente) scottanti nella pratica quotidiana di chi lavora.”

Un aspetto decisamente interessante, ma anche ricco di implicazioni complesse, sul rapporto appunto fra teoria e pratica.

“Sicuramente la teoria altezzosa delle formule può suonare male a chi ha a che fare con tubi e compressori, ma essa è l’origine di qualsiasi conoscenza e competenza. Non ho la pretesa di costringere un installatore o un manutentore a studiare queste formule e fare calcoli che dovrebbero essere di competenza del progettista, ma credo che la possibilità offerta dai moderni strumenti di comunicazione digitale vada sfruttata a fondo – con modalità mutimediali per esempio – per consentire a chi opera sulla macchina di sapere che cosa sta facendo anche in termini teorici. Perché padroneggiare gli strumenti è sicuramente un’abilità preziosissima, ma saper inserire il proprio lavoro nel contesto del “come funziona” amplia gli orizzonti di chi lavora nel quotidiano.”

Nelle parole sui ruoli di progettista e installatore si prefigura una divisione dei ruoli piuttosto precisa.

“Una divisione dei ruoli che però è stata completamente riscritta rispetto al passato: se in tempi anche recenti si poteva pensare che il progettista facesse calcoli e “prescrivesse” scelte tecniche all’installatore, oggi entrambi hanno dovuto fare un passo in avanti. Il progettista – nella logica BIM/Commissioning – non ha più il compito di disegnare semplicemente un edificio o un impianto, ha il compito di far sì che questo edificio o questo impianto “funzioni”, in ottica di contenimento dei consumi, di comfort, di qualità della prestazione erogata. L’installatore e il manutentore devono far sì che la macchina sia efficiente nel tempo, strutturandola sul campo secondo criteri di corretta installazione, la famosa regola d’arte, ma mettendola soprattutto nelle condizioni di rispondere con la flessibilità richiesta dal cliente alle prestazioni che l’utente finale in qualche modo pretende.”

Una crescita culturale non da tutti: abbiamo un parco aziende molto vasto, che – anche da un punto di vista di investimento – non è pronto a fare questo passo in blocco.

“Ci troviamo davanti a un bivio, che definirà due fasce di mercato: quella di chi saprà acquisire il know how necessario per essere consulente e chi “rimarrà” in una posizione che – per quanto rigorosa in termini professionali – sarà limitata a un ruolo di installatore seriale di macchine plug and play, che richiederanno più le competenze da centro assistenza che la sensibilità da impiantista o manutentore di impianti complessi. Le 65.000 ragioni sociali che attribuiamo al nostro mercato si divideranno in due segmenti, uno più piccolo numericamente ma più grande in termini di dimensioni della singola azienda che opererà a fianco di progettisti strutturati adottando la logica del Building Information Modelling e l’altro che permarrà in un ambiente professionalmente più “artigianale” e si allineerà a metodi simili al BIM, ma decisamente semplificati per lavorare secondo procedure più standardizzate.”

Una prospettiva impegnativa, che richiede un sostegno formativo comunque adeguato.

“Prima ancora che un sostegno formativo, richiede che il professionista, progettista, installatore o manutentore che sia, sia capace di farsi riconoscere la sua professionalità e non cerchi di lavorare e guadagnare più dal produttore che dal committente. L’indipendenza, la libertà di scelta fra fornitori differenti, l’autonomia nel dirigere il cliente verso la soluzione più conveniente per il cliente stesso è un valore fondamentale, che chiunque appunto progetti, installi, manutenga deve imparare a salvaguardare, altrimenti diventa un distributore (come influenzatore, il progettista o come decisore, l’installatore) di apparecchi dell’azienda che gli riconosce provvigioni sul fatturato.”

Ma questa è una prassi di mercato, soprattutto nell’area dei prodotti più semplici: gli installatori sono spesso concessionari di marchi.

“Nulla di male in questo, ma chi fa questo mestiere deve capire che un conto è fare il progetto esecutivo di un impianto e la sua installazione, un altro installare degli split e quindi deve ottenere dal cliente la corretta remunerazione nel caso a) e nel caso b), immettendo valore aggiunto in modo corretto in rapporto alla complessità dell’incarico. Oggi il produttore si fa carico di rendere estremamente facile la messa in opera di macchine semplici come i climatizzatori per ambienti residenziali, per cui chi installa questi prodotti si sta trasferendo da una posizione di impiantista a quella di un rivenditore di elettrodomestici. Cosa ben diversa è – anche in ambiente residenziale – cooperare con un progettista per la realizzazione di un sistema di Nearly Zero Emission Building e renderlo funzionante in maniera positiva.”

Ma qui si crea un circolo vizioso, perché a questo punto serve una formazione di profilo importante, addirittura alto per accedere a questa zona “alta” del mercato.

“Una formazione importante e indipendente, ancora una volta. Una formazione che crea il professionista indipendente deve essere a sua volta libera da lacci formali di promozione di un prodotto o di una tecnologia e deve mettere in grado progettisti, installatori, manutentori di avere un quadro del problema teorico e degli strumenti necessari per scegliere al meglio le soluzioni tecniche e operative disponibili sul mercato.”

Una vera impresa, in un’epoca in cui il prodotto è così differenziato e l’offerta così articolata.

“L’offerta di prodotto oggi è talmente vasta da risultare difficilmente padroneggiabile dal singolo: fare rete e condividere esperienze, mettere in connessione sensibilità specifiche potrebbe essere una soluzione, se non ci fosse una competizione spesso miope che penalizza tutti soprattutto a causa di politiche di prezzo spesso simili al dumping, alla pura concorrenza di prezzo ai limiti della correttezza. Ma qui ci introduciamo in un campo delicatissimo, quello della composizione del profitto e torniamo al problema che abbiamo menzionato prima.”

Vale a dire?

“Ci ritroviamo nuovamente a vedere progettisti e installatori che si comportano come dei concessionari di marchi più che come dei ricercatori e sviluppatori della soluzione più appropriata. Torno a dirlo, l’indipendenza è un valore chiave, un valore che qualifica chiunque se ne possa fregiare, sia un progettista, un formatore, un impiantista, un consulente.”

Una scommessa davvero consistente, questa.

“Di per sé è una chiave di qualificazione del mercato: per quella che è la mia esperienza in campo professionale, chi è indipendente è preparato e capace. Esistono soggetti capaci e preparati anche fra chi “si allinea”, ma difficilmente chi lavora con autonomia intellettuale e di scelte operative fornisce un servizio di basso profilo.

Questo è anche il punto differenziante – sempre a mio modesto avviso – fra una competenza “di segmento” e una competenza “di sistema”, oggi tanto più necessaria in quanto l’elettronica e l’informatica convergenti nell’Internet of Things generano l’opportunità di gestire non più la singola prestazione della macchina o dell’impianto, ma l’insieme dell’impiantistica in chiave di efficienza energetica e di miglioramento della performance e del comfort.”

Anche questo campo richiede un investimento notevole sul fronte dell’acquisizione di competenza da parte del mercato.

“Necessario, questo investimento, per non rimanere schiacciati ancora una volta sotto il peso dell’innovazione dei produttori: se chi deve scegliere sa come scegliere, perché si è dotato degli strumenti culturali per operare scelte consapevoli, può arrivare a usare l’Internet of Things per obiettivi importanti, complessi, ma deve essere preparato per poter scegliere in maniera indipendente, altrimenti adotta sistemi chiavi in mano forniti da un produttore capace di garantire prestazioni che sono dichiarate a scheda tecnica, ma non sempre corrispondono alle prestazioni del prodotto installato e operante nelle condizioni reali di funzionamento.”

Siamo in un momento di transizione?

“Siamo in un momento evolutivo, in cui cambieranno molte cose e a determinare il “destino” dei singoli operatori sarà la disponibilità ad accettare la sfida di una formazione come investimento: da questo investimento non deriverà “banale” sopravvivenza, ma – lo auspico e ci credo anche sinceramente – la affermazione di una nuova professionalità nel campo della progettazione e dell’installazione di impianti aeraulici.”

 

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