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Pompe di calore R290, sicurezza e norme: il punto di vista di Armando Boldrini

Le pompe di calore R290 sono al centro del dibattito su sicurezza, installazione e normativa nel settore HVAC. Con Armando Boldrini, titolare di AB Gas, analizziamo il passaggio ai refrigeranti infiammabili attraverso una lettura tecnica fondata sull’esperienza maturata nella combustione, tra regole da rendere più coerenti, responsabilità del costruttore e ruolo del tecnico in cantiere.

Le pompe di calore a R290 si stanno diffondendo. Il quadro normativo è davvero adeguato?
“Parto da un presupposto semplice: le pompe di calore a R290 stanno emergendo con forza, ma una disciplina davvero credibile dal punto di vista tecnico ancora non c’è. Alcuni divieti di installazione, per esempio vicino ai muri portanti o in relazione a determinate distanze minime, risultano difficili da comprendere se confrontati con la possibilità di installare in ambiente domestico caldaie a GPL da 35 kW, appese a parete o posate sul pavimento”.

La differenza è soprattutto nella pressione interna al circuito?
“La pressione conta, ma va letta con equilibrio. Anche nei sistemi di combustione ci sono valori importanti: in un serbatoio GPL si arriva a circa 30 bar e in una bombola da 25 kg si resta comunque su pressioni elevate. Poi il gas passa attraverso riduttore e regolatore fino a valori molto più bassi. Quindi il fattore pressione va gestito anche quando si parla di combustione”.

Si può fare un confronto tra sicurezza della pompa di calore e sicurezza degli impianti a GPL?
“Il confronto, a mio avviso, è utile. Il ventilatore di una pompa di calore a propano è un elemento certificato ATEX, mentre il ventilatore di una caldaia a condensazione è spesso un comune ventilatore inverter con scheda a vista. Anche questo dice molto su come viene costruito il prodotto e su quanto sia già concepito per lavorare in condizioni controllate”.

Quindi la pompa di calore è già più sicura di quanto non appaia?
“Esattamente. Non c’è coerenza fra la normativa che riguarda gli impianti di riscaldamento e quella che riguarda la climatizzazione. Se poi guardiamo ai quantitativi, la differenza diventa evidente: una pompa di calore da 16 kW contiene circa 1 kg di propano, mentre una caldaia o un fornello possono essere collegati a una bombola da 10-20 kg o a un serbatoio esterno da 500 litri o più”.

Qual è l’aspetto più trascurato nella valutazione del rischio?
“Serve più senso pratico. Le distanze da grigliati, caditoie e tombini non sempre considerano che il gas idrocarburo, dal punto di perdita, si mescola subito con l’aria e questo ne modifica la densità. Bisogna valutare anche la vicinanza alle fonti di innesco, perché il triangolo del fuoco dipende proprio dalla presenza contemporanea di combustibile, ossigeno e innesco”.

Ma un’analisi del rischio resta necessaria?
“Certamente sì. Però non possiamo ignorare il valore dell’esperienza concreta maturata sugli impianti a combustione. La legge stessa ci richiama a un criterio fondamentale, quello della prudenza del buon padre di famiglia, soprattutto quando mancano norme specifiche o quando le norme non sono ancora pienamente applicabili”.

Quali riferimenti normativi possono aiutare il tecnico?
“Esiste una famiglia di norme UNI che governa tutta la materia nel campo della combustione, dalla 7129 alla 11137 sulle fughe fino alla 11654 sui requisiti professionali di chi opera. Un tecnico che conosce e rispetta queste norme ha già un’impostazione utile per analizzare il rischio specifico. Per questo servirebbe una normativa dedicata alle pompe di calore che segua un approccio analogo, pragmatico, capace di consentire anche le dichiarazioni di conformità ai sensi del D.M. 37/2008”.

Chi dovrebbe scrivere queste norme?
“Le norme devono essere scritte da chi lavora sul campo. Finché questo non accade, l’applicabilità resta difficile. Spesso ai tavoli normativi arrivano figure preparate, ma non sempre con esperienza diretta di cantiere, e così manca il collegamento con la realtà operativa”.

Vale anche per la formazione di chi controlla?
“Assolutamente sì. In passato ho fatto formazione anche a soggetti incaricati di valutare e controllare, per esempio il personale degli uffici tecnici comunali. Era un modello organizzativo basato sulle scuole dei mestieri, che oggi sembra essersi affievolito anche per effetto della velocità dell’innovazione”.

La diffusione delle pompe di calore con refrigeranti infiammabili pone comunque un problema concreto.
“Certo, ma il problema va affrontato con criterio. Le caldaie vengono installate anche all’interno dell’ambiente domestico, ma nessuna unità esterna viene collocata in ambiente domestico. Se vogliamo insistere sul tema della sicurezza, l’attenzione deve andare prima di tutto al prodotto e al costruttore”.

Cosa dovrebbe cambiare sul piano costruttivo?
“Se vogliamo circuiti frigoriferi più sicuri, dobbiamo imporre l’uso di spessori certificati superiori, dal millimetro in su. Oggi invece vediamo ancora scambiatori con tubazioni di spessore ridotto, in decimi di millimetro”.

La sicurezza pesa troppo sull’installatore?
“Sì, perché la norma accetta che la macchina non sia sicura a prescindere e che possa rompersi o addirittura esplodere. A quel punto l’installatore deve trovare il modo di ridurre i danni nel caso in cui si verifichi la perdita. Ma questa responsabilità dovrebbe essere condivisa, anche imponendo materiali e soluzioni più robusti”.

In conclusione, quale direzione serve?
“Serve una norma tecnica obbligatoria, coerente con il Testo Unico sulla Sicurezza nei luoghi di lavoro, il D.Lgs. 81/2008, e con il D.M. 37/2008. Una norma che nasca dall’esperienza reale, riduca i rischi concreti e renda più semplice e sicura l’installazione e la manutenzione delle pompe di calore R290”.