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Il progettista impiantistico oggi: fare le domande giuste e governare il ciclo di vita dell’impianto

Nell’era della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale e della transizione energetica, il valore del progettista non si misura solo nelle competenze tecniche. Per Gianfranco Autorino, ingegnere meccanico, titolare della società di ingegneria KBM Engineering Srl con sede a Nola (Napoli) e socio fondatore della Piccolo Associati di Agrate Brianza (Monza Brianza), il vero progettista è chi sa ascoltare, coinvolgere e porre le domande giuste a clienti, produttori, installatori e manutentori, trasformando il progetto in una strategia di efficienza lungo tutto il ciclo di vita dell’impianto.

“Fare le domande giuste a tutti i soggetti coinvolti”

«Il progettista? Un professionista capace di fare le domande giuste a tutti i soggetti coinvolti nel progetto», afferma Autorino. Una visione che guarda al futuro non solo in termini tecnologici, ma soprattutto nella modalità di intendere il ruolo e il compito che si prospetta per gli studi di progettazione che vogliono accompagnare il mercato verso un’efficienza sistemica.

Secondo Autorino, tecnologia delle attrezzature provenienti dall’industria, tecnologia progettuale in essere e nuova, intelligenza artificiale, tecnologia del controllo e della gestione del ciclo di vita dell’impianto sono strumenti importantissimi per generare un impianto performante ed efficiente, ma il progettista ha il compito di mettere tutte queste tecnologie al servizio di un obiettivo, la cui definizione è il suo compito principale, da condividere con il committente e poi declinare in maniera organica nella realizzazione e gestione dell’impianto. Il progettista, in questa visione, sa porre le domande corrette a tutti i soggetti coinvolti, dal cliente al produttore di macchine e componenti, dall’installatore al manutentore, per generare non più un “semplice” progetto costruttivo, ma un progetto dell’impianto e della sua gestione nel tempo.

Efficienza della macchina ed efficienza del progetto

Interrogato sul rapporto con l’industria di produzione e sulla tecnologia a bordo di macchine e strumenti, e su quanta efficienza sia “merito” della macchina e quanta del progetto, Autorino spiega: «L’efficienza energetica rappresenta oggi il principale parametro tecnico nella valutazione e nella selezione di una macchina o di un impianto. Una volta individuata la potenza richiesta, sia in regime estivo sia in regime invernale, l’elemento discriminante diventa il coefficiente di prestazione (COP/EER o gli analoghi indici di efficienza stagionale), che consente di misurare il rapporto tra l’energia resa e quella assorbita».

Le prestazioni complessive di un impianto, prosegue l’ingegnere, derivano dalla combinazione di due fattori strettamente correlati: da un lato le caratteristiche tecnologiche e costruttive della macchina, che ne determinano l’efficienza intrinseca; dall’altro la qualità della progettazione dell’impianto, che ne ottimizza il funzionamento nelle reali condizioni di esercizio. Ne consegue che l’efficienza finale non è attribuibile esclusivamente alla macchina, ma è il risultato dell’integrazione tra elevate prestazioni del generatore e un corretto dimensionamento e bilanciamento dell’intero sistema. A questo si aggiunge un profilo normativo ed economico, poiché il raggiungimento di determinati livelli di efficienza costituisce uno dei requisiti fondamentali per l’accesso ai principali strumenti di incentivazione previsti dalla legislazione vigente, quali il Conto Termico e le ulteriori misure di sostegno agli investimenti in innovazione tecnologica e transizione energetica.

Oltre COP ed EER: SCOP, SEER e Environmental Product Declaration

Sulla validità di parametri come COP ed EER rispetto a indicatori più approfonditi come SCOP, SEER o la Environmental Product Declaration, Autorino chiarisce: «In una prima fase, COP ed EER costituiscono i principali parametri di riferimento per la selezione preliminare delle soluzioni impiantistiche. Successivamente, la valutazione viene approfondita attraverso l’analisi di indicatori più rappresentativi, quali SCOP, SEER ed eventualmente la Environmental Product Declaration (EPD)». In generale, sottolinea, la disponibilità di un maggior numero di parametri tecnici affidabili e supportati da dati oggettivi consente di effettuare una scelta progettuale più consapevole e accurata.

Il dialogo con il costruttore

Riguardo alla necessità di supporto da parte dell’azienda produttrice o di figure come l’EGE (Esperto in Gestione dell’Energia) per valutare nel dettaglio le caratteristiche di efficienza della macchina, Autorino osserva: «Il progettista deve disporre di solide competenze tecniche, maturate attraverso la formazione e l’esperienza, ma la crescente complessità delle tecnologie rende oggi indispensabile un confronto continuo con il costruttore. Il dialogo con il produttore è fondamentale per interpretare correttamente i dati prestazionali della macchina, comprendere come sono stati ottenuti, verificare le condizioni di prova e valutarne l’affidabilità nel tempo».

Si tratta, precisa, di un confronto che deve essere basato su competenza, trasparenza e oggettività, con un approccio prevalentemente tecnico e consulenziale, così da selezionare la soluzione realmente più idonea alle esigenze dell’impianto, evitando che le sole logiche commerciali prevalgano sulla qualità della progettazione.

Dal professionista individuale allo studio multidisciplinare

Sulla possibilità di parlare ancora di progettista come professionista individuale, o della necessità di pensare, per determinate taglie o complessità, alla dimensione dello studio con competenze articolate per specializzazioni, Autorino risponde: «Lo sviluppo progettuale moderno comprende una varietà di argomenti che bisogna trattare e approfondire e far convergere nel progetto: questo porta lo studio di progettazione a settorializzare anche le varie figure che operano nell’ambito». La selezione della macchina, spiega, è l’ultimo passo del lavoro di uno studio più ampio che porta con sé una serie di valutazioni tecniche da approfondire attraverso più figure: modellazione, calcolo per determinare il fabbisogno termico, parametri tecnico-architettonici per inquadrare ingombri e pesi, analisi acustica, e tutta una serie di fattori rispetto ai quali un’unica figura non può prendere una decisione corretta. Servono giocoforza competenze specifiche che concorrono tutte insieme all’obiettivo finale.

Monitoraggio e dialogo con i system integrator

Sul tema del monitoraggio elettronico e della necessità di rendere comunicanti il quadro progettuale termodinamico e meccanico con i dati provenienti dal ciclo di vita della macchina, Autorino conferma: «Assolutamente sì. Oggi il monitoraggio non può più essere considerato un elemento accessorio, ma deve essere integrato fin dalle prime fasi della progettazione. È quindi fondamentale definire, già in sede progettuale, un piano strutturato dei punti di misura e di controllo, individuando i parametri realmente significativi per valutare le prestazioni, l’efficienza energetica e l’affidabilità dell’impianto lungo il suo intero ciclo di vita».

Tale impostazione, aggiunge, richiede una stretta collaborazione tra il progettista dell’impianto e gli specialisti dei sistemi di automazione e supervisione — system integrator e software house — affinché le esigenze impiantistiche siano correttamente tradotte in un’architettura di monitoraggio efficace. Attraverso questo processo condiviso è possibile validare la selezione delle variabili da acquisire, eliminare informazioni ridondanti o prive di valore diagnostico e definire un sistema di controllo realmente orientato all’ottimizzazione delle prestazioni, alla manutenzione predittiva e alla gestione efficiente dell’impianto. Il risultato è un progetto in cui componente meccanica, impiantistica e digitale operano in maniera integrata, trasformando i dati in uno strumento concreto di governo e miglioramento continuo del sistema.

Un progetto pensato per l’intero ciclo di vita

Sul tema della gestione, e su come il progetto allarghi i propri orizzonti in questa direzione, Autorino è netto: «Senza dubbio. Oggi il progetto non può limitarsi a garantire le prestazioni iniziali dell’impianto, ma deve essere concepito in funzione della sua gestione e della sua efficienza lungo l’intero ciclo di vita. Per questo motivo il nostro approccio progettuale privilegia soluzioni tecnicamente efficaci ma, al tempo stesso, semplici da gestire e da manutenere». La semplicità, spiega, non rappresenta una rinuncia alla qualità progettuale, bensì un requisito essenziale per assicurare continuità delle prestazioni nel tempo.

Una volta consegnato l’impianto, prosegue Autorino, il committente dovrà infatti gestirlo e mantenerlo operativo per molti anni: se il sistema risulta eccessivamente complesso, aumenta il rischio che le attività di conduzione e manutenzione non vengano eseguite correttamente, con una conseguente perdita progressiva di efficienza e affidabilità. È quindi responsabilità del progettista trasferire al cliente non soltanto una soluzione impiantistica performante, ma anche gli strumenti, le logiche di funzionamento e i criteri di gestione necessari a preservarne le prestazioni nel tempo. «Il successo di un progetto non si misura esclusivamente al momento del collaudo o della consegna dell’opera, ma nella capacità dell’impianto di mantenere nel medio e lungo periodo i livelli di efficienza, affidabilità e sostenibilità per i quali è stato progettato», sottolinea. Solo adottando questa visione orientata all’intero ciclo di vita è possibile generare un reale valore aggiunto per il committente.

Life Cycle Assessment e strumenti digitali

Sul tema del Life Cycle Assessment e su quanto aiuti la strumentazione digitale di progetto, Autorino osserva che l’evoluzione della progettazione digitale ha ampliato significativamente il valore del progetto: oggi il risultato dell’attività progettuale non è più limitato alla definizione dell’opera, ma comprende l’intero patrimonio informativo necessario alla sua gestione lungo tutto il ciclo di vita, dal piano di manutenzione al monitoraggio delle prestazioni, fino agli aggiornamenti futuri in una logica di Life Cycle Assessment e di gestione dell’asset.

In questo contesto, spiega, gli strumenti digitali e, più recentemente, l’intelligenza artificiale rappresentano un fattore abilitante di straordinaria importanza, che consente di elaborare grandi quantità di dati, simulare scenari, ottimizzare le soluzioni progettuali e rendere più efficiente il processo decisionale. «Tuttavia, l’innovazione tecnologica non può sostituire il giudizio del progettista. Ogni fase del progetto richiede competenze, esperienza, capacità critica e conoscenza del contesto, elementi che derivano dalla pratica professionale e dalla memoria storica maturata nel tempo. Il rischio, altrimenti, è quello di affidarsi a strumenti estremamente potenti ma privi della sensibilità necessaria per interpretare la complessità delle situazioni reali». La vera sfida, conclude su questo punto, consiste quindi nell’integrare le potenzialità dell’intelligenza artificiale con il patrimonio di conoscenze e di esperienza del progettista, trovando un equilibrio che permetta di coniugare innovazione, affidabilità e qualità del risultato finale.

Il punto di partenza non è il software

Autorino precisa ulteriormente questo concetto: «Il punto di partenza della progettazione non è il software, ma la definizione dell’obiettivo da raggiungere. Gli strumenti digitali consentono di elaborare le informazioni, ma è la qualità dei dati iniziali a determinare la qualità del progetto». Per questo è fondamentale partire da un’analisi accurata dello stato di fatto, ad esempio attraverso una fotografia delle condizioni energetiche esistenti, e comprendere con precisione le esigenze applicative.

In questo processo il committente riveste un ruolo centrale, perché è il soggetto che conosce meglio il funzionamento dell’edificio, del ciclo produttivo e delle attività che vi si svolgono. L’approccio progettuale di KBM Engineering punta quindi a trasformare il patrimonio di conoscenze del committente in un elemento integrante del progetto, così da sviluppare soluzioni realmente aderenti alle esigenze operative e capaci di generare valore nel tempo.

Una progettazione partecipata

«Certamente», risponde Autorino sul tema della progettazione partecipata. «Oggi non può più esistere una separazione tra chi progetta e chi utilizzerà l’opera una volta realizzata. La progettazione deve essere un processo condiviso, nel quale il committente partecipa attivamente alla definizione degli obiettivi e delle soluzioni. Il compito del progettista non è solo individuare la risposta tecnica più efficace, ma anche renderla comprensibile, spiegando il valore delle scelte effettuate e mettendo il committente nelle condizioni di valutare consapevolmente ciò che sta realizzando e verificare che il risultato sia pienamente coerente con le proprie esigenze e aspettative».

Non si tratta soltanto, aggiunge, di uno stile di relazione con il cliente, ma di un principio metodologico e, per certi aspetti, anche deontologico: gli strumenti digitali sono fondamentali, ma possono produrre risultati affidabili solo se alimentati da dati corretti e da una conoscenza approfondita del contesto in cui l’impianto dovrà operare. Un esempio è rappresentato dagli interventi sugli edifici scolastici finanziati dal PNRR: una scuola non ha un’occupazione costante durante l’anno e questo incide direttamente sui carichi termici e frigoriferi, per cui il dimensionamento degli impianti non può basarsi esclusivamente sulla potenza di picco, ma deve considerare anche i reali profili di utilizzo dell’edificio. Lo stesso principio vale per gli edifici industriali: comprendere come gli spazi vengono realmente utilizzati è indispensabile per progettare impianti adeguati, evitando sovradimensionamenti, sprechi energetici e costi di esercizio non necessari.

La pertinenza della domanda posta al software

Sul valore del progettista in questo scenario, Autorino spiega: «Il valore del progettista non risiede semplicemente nella capacità di utilizzare un software, ma nella competenza con cui raccoglie, interpreta e traduce i dati di partenza. La qualità del progetto dipende dalla correttezza degli input inseriti nei modelli di calcolo, informazioni che possono essere acquisite solo attraverso un confronto approfondito con chi conosce realmente l’edificio, il processo produttivo e le modalità di utilizzo degli spazi». Interrogato se, in definitiva, la determinante della qualità sia la pertinenza della domanda fatta al software, risponde: «Esattamente. Anche il software più evoluto restituisce risultati affidabili solo se riceve dati corretti e coerenti con la realtà. In assenza di un input qualificato, è possibile ottenere calcoli impeccabili dal punto di vista tecnico, ma non necessariamente un progetto capace di rispondere alle reali esigenze del committente».

Refrigeranti a basso impatto e sicurezza

Sul tema dei refrigeranti a basso impatto ambientale, imposti dalla normativa ma con caratterizzazioni più impegnative in termini di sicurezza, Autorino osserva: «La sicurezza è un requisito imprescindibile della progettazione e deve essere considerata sin dalle prime fasi dello sviluppo dell’impianto. Un progetto può essere estremamente efficiente sotto il profilo energetico, ma se non soddisfa i requisiti di sicurezza perde il suo valore applicativo». L’impiego di refrigeranti naturali, come l’R290, rappresenta secondo Autorino un’importante opportunità perché offre prestazioni energetiche superiori e un ridotto impatto ambientale; tuttavia, precisa, queste tecnologie richiedono una maggiore attenzione nella progettazione, nell’installazione e nella gestione dell’impianto. Se i rischi vengono correttamente valutati e mitigati attraverso adeguate misure tecniche e organizzative, questa evoluzione costituisce un percorso necessario verso una maggiore sostenibilità.

Sulla mancanza, ad oggi, di riferimenti precisi per effettuare il lavoro di valutazione del rischio, Autorino conferma: «È vero. Per favorire una diffusione sicura di queste tecnologie sarà necessario definire un quadro di riferimento più organico, attraverso linee guida, circolari tecniche e indicazioni condivise da parte degli organismi normativi e delle autorità competenti. La transizione sarà inevitabilmente graduale e dovrà essere accompagnata da regole chiare per la progettazione, l’installazione e la manutenzione degli impianti, oltre che da un’adeguata attività di formazione e divulgazione rivolta agli operatori del settore. Parallelamente, rimane centrale la valutazione del rischio, che compete al datore di lavoro attraverso il Documento di Valutazione dei Rischi (DVR), strumento indispensabile per verificare che le condizioni di esercizio siano compatibili con i requisiti di sicurezza previsti dalla normativa».